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Alpi trekking mtb
Breve storia geologica delle Alpi Occidentali (dalla guida: Alpi Occidentali in mountain-bike)
A cura di Enrico Collo, geologo - www.naturaoccitana.it   Il sito naturalistico della Valle Maira

Pedalare fra le valli delle Alpi significa percorrere i fondali di un antico oceano, originatosi dalla lacerazione di un continente a partire da 250 milioni di anni fa. Un mare che continuò ad ampliarsi fino a 100 milioni di anni fa, quando l’Europa e l’Africa tornarono ad avvicinarsi fino a scontrarsi, facendo riemergere i depositi marini e sollevando negli ultimi 65 milioni di anni imponenti catene montuose.
Le montagne delle Alpi sarebbero invalicabili se il più recente evento geologico delle glaciazioni, nell’ultimo milione di anni e fino a 10.000 anni fa, non le avesse frantumate e sgretolate aprendo i solchi vallivi e i valichi che ci offre il paesaggio attuale, favorendo il passaggio di uomini, merci e mezzi di trasporto.
Le Alpi come le conosciamo oggi sono il risultato dell’insieme di questi eventi, ognuno dagli effetti di grandiosa proporzione se inseriti nel panorama generale della Storia della Terra.

Se vogliamo trovare un punto di partenza, pensiamo alla Pangea, il cui nome farà riemergere rimembranze scolastiche del supercontinente che per un certo periodo segnò la concentrazione di tutte le terre emerse, prima dello smembramento segnato dall’apertura dell’Oceano Atlantico.
Tale fenomeno fu di determinante importanza per il settore alpino, in quanto dapprima una frattura si incuneò fra l’Africa e l’Europa formando un nuovo oceano; successivamente la propagazione verso nord e verso sud dell’Atlantico, produsse una rotazione rispettivamente verso sud-est e nord-est dell’Europa e dell’Africa, portando il giovane oceano delle Alpi al centro di una tenaglia che dopo essersi aperta tornava a richiudersi con velocità accelerata.
Ecco che le rocce marine formate sui bordi e nelle profondità dell’oceano emersero improvvisamente contorcendosi, spaccandosi e accavallandosi l’una sull’altra. Nacquero così le montagne, che all’occhio del geologo si mostrano simili ad un mare in tempesta pietrificato: si vedono cavalloni che si infrangono all’esterno della catena alpina, onde che si susseguono, superfici increspate dalla furia di forze impetuose.
Sembra di trovarsi di fronte ad un gigantesco mosaico andato in frantumi, a causa di una spinta laterale che ha stritolato e ammassato giganteschi blocchi di roccia, creando un notevole raccorciamento della geografia marina originaria.

Per rendersi conto di come doveva essere l’oceano scomparso possiamo guardare la cicatrice delle Alpi Occidentali dall’alto, con le fotografie scattate dal satellite. Ad est e ad ovest troviamo le rocce dell’antico continente, costituite in prevalenza da granito, gneiss e micascisti. Queste litologie (lithos=pietra, logos=studio) si sono formate oltre 300 milioni di anni fa in un ambiente continentale, sotto forma di magmi che si raffreddavano nel sottosuolo e sedimenti alluvionali successivamente riportati in profondità, dove con la maggiore temperatura e pressione sono stati trasformati dal processo del metamorfismo.
Tali ammassi rocciosi vengono raggruppati col nome di Massiccio (Zona Sesia-Lanzo, Dora-Maira, Gran Paradiso, Monte Rosa, Argentera, Monte Bianco, solo per stare nel territorio italiano): erano questi blocchi che un tempo erano uniti a formare il continente della Pangea.
Con la sua frantumazione comincia la formazione di un nuovo mare, i cui bordi testimoniano la presenza di un clima arido in superficie, con colate vulcaniche (andesiti, porfidi, porfiroidi, rioliti), fiumi che scorrevano in un ambiente desertico (conglomerati quarzosi), spiagge (quarziti), lagune con elevato tasso di evaporazione dell’acqua marina e conseguente deposizione di sali (gessi, calcari a cellette) e mari tropicali con estese barriere coralline (calcari, dolomie).
Tali affioramenti, riportati in ordine cronologico, si ritrovano spesso ancora oggi a ricoprire i bordi dei massicci continentali, solitamente meglio conservati sul lato esterno poiché su quello interno verso la Pianura Padana sono stati maggiormente coinvolti nella collisione frontale, deformati e deglutiti nelle viscere della Terra.

Ritornando all’origine delle rocce, l’evoluzione del paesaggio intorno a 200 milioni di anni fa ci racconta di due margini continentali che si stavano progressivamente allontanando e sprofondando sotto il livello del mare, generando una rift valley simile a quella che oggi si ammira nel settore orientale dell’Africa e nel Mar Rosso.
Anche in quel caso l’apertura dell’oceano era appena iniziata: col tempo raggiunse profondità superiori ai 3000 metri, sui cui fondali si depositarono enormi quantità di fanghi abissali, che oggi riemergono sotto forma di calcescisti.
I calcescisti oceanici si distinguono dai micascisti continentali per la presenza di una percentuale variabile di calcare, componente che ne attesta l’origine marina. Il nome scisto, comune ad entrambe le rocce, indica l’abbondante presenza di argilla, che fa assumere il tipico aspetto di sottili fogli sovrapposti che si separano facilmente fra loro e che in caso di forti precipitazioni fanno tornare la roccia nel suo aspetto originario di fango, innescando pericolosi fenomeni franosi causati dalla fluidificazione dei versanti. Proprio per queste caratteristiche i calcescisti si riconoscono anche per le estese praterie a pascolo che essi generano, dovute alla facile disgregabilità della roccia.

Rimane da esplorare una parte dell’oceano, associata ai calcescisti, che per secoli rimase un enigma per i geologi e che solo con la scoperta delle dorsali vulcaniche sottomarine, cartografate a partire dalla Seconda Guerra Mondiale per motivi bellici, svelò la sua vera origine.
Per rendersi conto di cosa sia una dorsale oceanica, basta pensare all’Islanda, un’isola vulcanica le cui lave e fratture continuano ancora oggi a separare, con pazienza che possiamo dire a buon titolo geologica, l’Europa dall’America. Lo stesso avviene in tutto il settore mediano dell’Oceano Atlantico, come un gigantesco nastro trasportatore che si alimenta direttamente dai magmi in risalita dal mantello terrestre.
Le rocce della dorsale vulcanica dell’oceano alpino, che svettano in panorama con l’inconfondibile profilo del Monviso e chiamate genericamente Pietre Verdi, sono costituite dalla classica successione delle serpentiniti (crosta oceanica), dei gabbri (magmi solidificati nel sottosuolo marino) e dei basalti (colate di lava dei vulcani sottomarini).

Siete dunque pronti a compiere questo affascinante trekking alla scoperta delle imponenti forze del pianeta Terra? Saltiamo in sella e iniziamo a pedalare sul fondo di un mare scomparso, nel luogo in cui si scontrarono due continenti, dove fino a poco tempo fa imponenti ghiacciai ci avrebbero sbarrato il passaggio!

 
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